REFERENDUM AUTONOMIA IN LOMBARDIA E VENETO HANNO RAGGIUNTO I LORO OBIETTIVI. ED ORA?


“Avremo più forza negoziale con il governo”, questa la dichiarazione del presidente della Regione Lombardia, Maroni, e del presidente della Regione Veneto, Zaia, dopo l’esito referendario di ieri.

Infatti, domenica scorsa, si è votato in Veneto e in Lombardia un referendum consultivo per chiedere il parere del popolo circa una maggiore autonomia dallo Stato centrale.

Parliamo quindi di autonomia, su 23 materie specifiche, non di separatismo, né altre amenità varie, per cui il paragone con la situazione catalana è completamente fuori luogo.

Fuori luogo anche perché questo referendum è costituzionale, e non una scelta politica arbitraria delle regioni contro il parere dello Stato.

Non minano l’unità dell’Italia, ma vorrebbero ridefinire ruoli e scelte nella gestione di 23 materie, tra le quali il federalismo fiscale e i nove decimi delle tasse.

Il referendum consultivo in Lombardia non prevedeva un quorum, e la percentuale di voto si attesta poco sotto il 40%, mentre nel Veneto era prevista la soglia del quorum del 50% più uno, abbondantemente superata.

Ora le due regioni possono aprire una trattativa con il Governo, forti della volontà popolare, per dare maggiore peso alle loro richieste e cercare di riscrivere questa nuova strada nel rapporto tra Stato e le due regioni.

Ovviamente, si poteva evitare la consultazione referendaria e aprire lo stesso un tavolo di trattative con il Governo, come ha già fatto la regione Emilia Romagna, ma il concetto è ben diverso: nel caso emiliano è una volontà politica, e potrebbe concludersi con un nulla di fatto, nel caso veneto e lombardo la volontà è popolare, e lo Stato dovrebbe tenerne conto, tant’è che

Gianclaudio Bressa, sottosegretario per gli Affari regionali ed esponente del Pd ha dichiarato, a spoglio concluso, che “l’esito conferma l’importante richiesta di maggiore autonomia per le rispettive regioni”.

La strada sarà comunque tortuosa e lunga, ma il primo passo è fatto.

Quello che contava, in sintesi, era proprio l’aspetto economico: le due regioni sono locomotive economiche trainanti dell’Italia, ma troppi soldi lombardi e veneti vanno a Roma, in termini di tasse, mentre il ritorno è comunque troppo basso.

La richiesta è proprio di avere una maggiore autonomia soprattutto economica, un miglior riequilibrio della bilancia tra il dare ed il ricevere.

“Vogliamo essere come Trento e Bolzano” ha dichiarato Zaia, ”andare a Roma a chiedere più competenze e risorse per la Lombardia, nell’ambito della unità nazionale”, è il proposito enunciato da Maroni, in sintesi cercare di divenire regioni quasi a statuto autonomo, con le mani più libere da legacci, per operare meglio nell’interesse del popolo lombardo e veneto.

E non appare casuale che Zaia e Maroni sono entrambi leghisti, che finalmente ammaina velleità separatiste e secessioniste, che riportanti all’epoca di Bossi, per divenire un partito al massimo federalista.

Sugli esiti c’è un vero vittorioso: Zaia, che ha raggiunto e superato il suo quorum, imponendosi come riferimento politico credibile, anche per spegnere volontà separatiste sempre presenti nel territorio veneto.

Maroni non aveva il quorum, ha quasi toccato il 40%, ma ha fallito nell’esperimento del voto elettronico, che ha creato tanti problemi, con i risultati che sono giunti solo a tardissima notte. Forse perché il popolo italico non è ancora pronto ad utilizzare la tecnologia nelle consultazioni elettorali? Chissà.

Ora si apre una nuova, interessante, partita tra le due regioni e lo Stato, e chissà che non si avveri il pensiero espresso da Zaia, appena chiuse le urne: “Questa Regione dà il via a un big bang di riforme istituzionali”. Un big bang che spinga altre regioni, da nord a sud, a tentare la strada referendaria, e da referendum a referendum, si arrivi magari a disegnare l’unità italiana all’interno di una ragione federalista.

E questa sarebbe una gran bella rivoluzione politica.

Raffaele Zoppo

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