SAMUELE CAU, “FOLLIE DI FINE ESTATE”. L’UMANITÀ RITROVA LA SUA VOCE, RACCONTA LA SUA TRAGICITÀ E GRIDA IL SUO RISCATTO COME CIVILTÀ


Samuele Cau dà vita ad un intenso romanzo, Follie di fine estate, edito da Bonfirraro, che con forza e vigore, dà forma e contenuti ai fantasmi del nostro passato, quelli personali che scolorano in quelli collettivi, dando voce ad una umanità gioiosa e disperata, confusa e inerme.

Un romanzo, Follie di fine estate, che nasce “quasi per caso, visitando il sacrario di Marzabotto – confessa Samuele Cau – per quella mia curiosità e passione per la nostra storia contemporanea, per capire e comprendere ciò che realmente successe in quegli anni così difficili, vedere le tragedie che sono state impresse nella nostra memoria collettiva”.

“Lì – prosegue – ho respirato la tragicità di questo brutale evento, quella follia umana che ha generato questo eccidio, lì ho riletto il contesto storico in cui si è svolto, e ho compreso che l’umanità non può e non deve mai dimenticare ciò che successe a Marzabotto, perché certe follie non macchino più le nostre vite, non segnino più le nostre vite. Ecco, l’intento è proprio questo: destare attenzione, mantenere viva la memoria, soprattutto tra i giovani, che questo eccidio non lo hanno vissuto, né ne hanno sentito il suo tragico racconto, affinché non si spenga mai la viva fiamma della memoria e del ricordo”.

Ma nel romanzo ‘Follie di fine estate’, la tragedia di Marzabotto fa solo da sfondo al racconto, è una delle sue molteplici chiavi di lettura, tra le pieghe dell’anima provata e segnata dalle tante tragedie umane.

Il romanzo di Samuele Cau è l’affresco complesso di una umanità viva e intensa, con i loro ricordi, con le loro tragedie personali, con le loro sofferenze dell’animo, che magicamente prendono voce e forma nell’incontro casuale tra i diversi personaggi del racconto.

“Il mio romanzo – afferma l’autore – non è tipicamente un saggio politico, né propriamente, un romanzo storico. C’è una verità storica, c’è una tragedia che ha segnato tante persone che l’hanno vissuta, ma anche una intera comunità, su cui si innesta, però, un racconto frutto della mia fantasia, proprio perché l’obiettivo mio era rappresentare piuttosto l’umanità con le sue fragilità, le sue follie, le sue resistenze, che narrare semplicemente i fatti storici accaduti”.

L’eccidio di Marzabotto assume così, il ruolo di simbolo, quello di una insana, terribile tragedia frutto della follia umana, guidata da una guerra assurda, ma anche il simbolo di un dolore, che in Italia, per troppo tempo si è voluto dimenticare, cancellare, seppellire nell’oblio della memoria, perché l’orrore, quell’orrore, troppo spaventava, anche a distanza di anni.

“Dobbiamo capire, comprendere, valutare sempre ciò che accadde allora – afferma Samuele Cau – proprio per espiare le proprie colpe come comunità, e come individui, perdonarci i nostri errori, e ricostruire una comunità migliore, in cui tragedie simili non dovrebbero mai più accadere. Rimuovere il ricordo, invece, nasconderlo nella memoria passata, non aiuta questa conciliazione, non consente di affrontare la tragedia nella suacomplessità, e soprattutto non ci aiuta a fare i conti con il nostro passato, con la nostra Storia, e questo è molto grave”.

Un racconto, quello di Follie di fine Estate, che ruota su due cardini: la follia e la resistenza, che, in sé, racchiude il valore stesso dell’esistenza umana.

“La follia è l’espressione della tragedia – afferma l’autore – la follia che nasce da un dolore, che nasce da un amore, che conduce a gesti forti, estremi. Di contro, c’è la resistenza, la volontà di non lasciarsi abbandonare alla follia, il resistere ai fatti tragici che segnano la propria vita, alla perdita di persone care, al dolore che ci devasta. Esistere è anche resistere, nonostante il tragico, il folle, il doloroso che ci colpisce”.

E, in questo appassionante racconto, c’è tutto il tratto della penna di Samuele Cau, brandelli della propria giovane esistenza, esperienze personali, che ha saputo mescolare sapientemente in un racconto, per certi versi, così lontano da lui stesso, rendendocelo vivo e vibrante.

“Nel romanzo – confessa Cau – c’è tanto di me, dei miei viaggi, delle mie esperienze; c’è l’Argentina, dove ho vissuto, con il ricordo della sua feroce dittatura, ci sono storie che ho respirato, ascoltato, fatte mie, ci sono colori, profumi, dei tanti mondi dove ho vissuto professionalmente; ma c’è anche mio padre, alcuni persone a me care, c’è una parte profonda di me, a cui ho aggiunto elementi frutto della mia fantasia letteraria. E devo ringraziare tantissimo il coraggio della casa editrice Bonfirraro che ha creduto in me, dandomi così, l’opportunità di esordire con questo mio racconto”.

Raffaele Zoppo

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