CESARE BATTISTI, IL RIVOLUZIONARIO PROLETARIO TRASFORMATOSI IN SCRITTORE, CHE CONTINUA A FUGGIRE PER NON PAGARE LE PROPRIE COLPE, E PREFERISCE FARE LA VITTIMA PIUTTOSTO CHE ASSUMERSI LE SUE RESPONSABILITÀ


‘La storia è poco più che una registrazione dei delitti, follie e sventure dell’umanità’, affermò lo storico inglese Edward Gibbon.

Se ciò è vero, allora Cesare Battisti, l’ex membro dei Proletari Armati per il Comunismo, può essere considerato uno dei protagonisti simbolo della nostra storia contemporanea.

Da giovane fu un delinquentello di periferia, quelli che si nascondono tra le pieghe dei disagi sociali, poi entrò in contatto con Arrigo Cavallina, ideologo dei Proletari Armati per il Comunismo, e decise di entrare nell’organizzazione.

L’ideale rivoluzionario proletario, una ideologia per cui combattere, e la rabbia sociale trovò il suo scopo e la sua ragion d’essere, nella vita di Battisti.

La sua lotta sociale, le rapine che trovarono una giustificazione come espropri proletari, e poi i conflitti a fuoco. Per questa sua brillante carriera da rivoluzionario fu condannato in contumacia all’ergastolo, con sentenze passate in giudicato, per quattro omicidi, due commessi materialmente, due in concorso, in un caso concorso materiale, nell’altro morale.

Ma il nostro rivoluzionario proletario in salsa italiana, figlio degli anni di piombo, non è divenuto una icona pop, stile il Che Guevara, per le sue battaglie ideologiche e armate, non è caduto su alcun campo di battaglia, né ha subìto la galera come ingiusta espiazione di una colpa non commessa.

L’eroico Battisti, il 4 ottobre 1981, riuscì a evadere di prigione e a fuggire in Francia, e da lì inizia la sua seconda vita: un anno da latitante in Francia, la fuga in Messico, dove trascorse un altro anno, scoprendo la sua vena letteraria, come scrittore di gialli e noir, poi il rientro in Francia, dove visse protetto dalla cosiddetta dottrina Mitterrand, che garantiva protezione ai latitanti per motivi politici.

Una vita, quella trascorsa a Parigi da Battisti, da letterato, frequentando circoli esclusivi, circondato da importanti attenzioni e da grande rispetto.

Una vita decisamente molto lontana da quella del giovane rivoluzionario proletario; resta a Parigi nonostante l’Italia a cadenza continua ne chiedesse, invano, l’estradizione.

Poi, nel 2004, un curioso episodio: Cesare Battisti venne arrestato per futili motivi. Mentre era ai domiciliari, l’Italia ne richiede l’estradizione; i tempi sono mutati, la dottrina Mitterrand non funziona più, e la Francia di Chirac vuole liberarsi di quell’ingombrante peso.

Battisti, fiutata l’aria, fa perdere le sue tracce, fugge via, coperto e aiutato dai suoi amici, e lo ritroviamo in Brasile.

Nuovo Stato, nuovo giro di giostra: nel 2009, il Brasile ha deciso di accordargli lo status di rifugiato politico, per il fondato timore di persecuzione per le sue idee politiche; fu il Presidente Lula a garantirgli protezione e sicurezza, aprendo conflitti diplomatici con la stessa Italia. Il Battista protetto, tornò a fare lo scrittore, a partecipare a convegni, a frequentare circoli culturali, mettendo su pure famiglia.

L’aria brasiliana deve avergli fatto veramente bene, così lontano da quel giovane rivoluzionario che sognava la lotta armata proletaria e che abbandonò presto pure la scuola. Oggi è un riconosciuto uomo di cultura, frequenta importanti circoli, mica le favelas brasiliane, invece della lotta rivoluzionaria fa la lotta per sopravvivere nel benessere che qualcuno gli ha donato.

La lotta armata? Errore di gioventù. Gli omicidi? Mai fatti, almeno secondo lui. Chiedere quantomeno, perdono? Impossibile, secondo il Battisti-pensiero.

Ma, anche qui un episodio curioso: l’Italia fa l’ennesima richiesta di estradizione al Brasile, si crea il solito dibattito, tra favorevoli e contrari, e Battisti viene arrestato al confine con la Bolivia, intento ad uscire dal Paese, con tanti soldi in tasca, a suo dire, per un acquisto da compiere fuori confine. In Brasile non c’è più Lula, che ha già i suoi guai giudiziari, ma Michel Temer, che sembra volersi liberare dal peso ingombrante di Battisti.

Si prevede nuova fuga, improvvisa, grazie alle sue solite protezioni? Chissà

Un consiglio, non richiesto, vorremmo comunque darglielo, a Cesare Battisti: torna in Italia, ti farai un paio di anni di carcere, poi i domiciliari, vista la salute precaria che hai, poi la libertà.

Fidati, basta vedere cosa è successo ai tuoi compagni di lotta armata: Roberto Del Bello, ex brigatista della colonna veneta, ha lavorato al Viminale come segretario particolare di Francesco Bonato, iscritto a Rifondazione Comunista; Maurizio Iannelli, uno dei componenti della colonna romana, condannato pure a due ergastoli, ha lavorato in Rai, come autore di documentari impegnati e di programmi televisivi; Sergio D’Elia, ex combattente di Prima Linea, dopo aver scontato la sua pena giudiziaria, è stato eletto deputato con la Rosa nel Pugno, ed oggi è segretario di Nessuno Tocchi Caino; Renato Curcio, l’ideologo delle BR, oggi fa lo scrittore, l’editore, il sociologo, mentre Alberto Franceschini, ideologo e fondatore delle BR, dopo aver scontato i suoi anni di carcere, è dirigente di una cooperativa sociale romana.

L’Italia, infatti, non è per nulla un Paese “arrogante”, come lo ha definito Battista, in una recente intervista, e non è neanche vero “che il governo e la stampa hanno creato questo mostro in Italia”; qui, anche i peggiori criminali hanno sempre una seconda possibilità, a nessun mostro viene impedito di redimersi, e di inseguire una nuova via di vita. Basterà solo pagare, finalmente, i conti con il proprio passato, espiare le proprie colpe e poi, iniziare la propria seconda vita.

Ma pagare le colpe è fondamentale, e chiedere, ancora, “un atto di umanità” allo Stato brasiliano oggi può essere fatto se, di contro, tutte le vittime dei suoi errori di gioventù, e della sua lotta rivoluzionaria proletaria, trovino finalmente pace nella giustizia.

Altrimenti è tutto, la solita ipocrisia in salsa rossa. Politica e non solo.

Raffaele Zoppo

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